walking

Camminare, per conoscere meglio se stessi e gli altri


A partire dalla rivoluzione industriale, nell’Occidente economicamente evoluto, l’atto del camminare, da esperienza ordinaria e abituale, è divenuto una scelta cosciente e talora in controtendenza, uno dei sistemi più efficaci per conoscere se stessi e armonizzare mente, corpo e la realtà circostante. Ne sono un esempio i predicatori erranti francescani, i pellegrini lungo i sentieri della Francigena o lungo il Cammino di Santiago e ancor prima i viandanti della Grecia classica in marcia verso i luoghi sacri degli Oracoli. Anche i letterati hanno spesso “flirtato” con il camminare. Nietzsche poneva il camminare tra le sue gioie primarie, idem per Rousseau («camminare ha qualcosa che anima e ravviva le mie idee») e per Kerouak («semplicemente camminare fissando la strada sotto i piedi»). Chatwin è considerato il cantore del viaggio camminato, inteso come “azione primaria di conoscenza”. Camminare ha anche una connotazione di protesta sociale, facendosi “marcia”, in genere pacifista: la “Salt March” del mahatma Gandhi contro il colonialismo inglese – lunga quattrocento chilometri – ne è l’emblema. Non sono certo stati insensibili al fascino della camminata i filosofi, che hanno anzi colto alla perfezione lo stretto collegamento tra camminare e pensare. Aristotele teneva le sue lezioni ai “peripatetici” proprio camminando e parecchi secoli dopo Kierkegaard era convinto che i pensieri migliori gli venissero camminando. Gli esponenti delle arti figurative hanno talvolta utilizzato anche il camminare per esprimere il loro estro: si pensi ai dadaisti con le loro “passeggiate artistico-estetiche”. Non dimentichiamo inoltre che, dagli scenari yankee del “Forrest Gump” di Zemeckis alla scenografia nostrana di “Basilicata Coast to coast” di Papaleo, anche il cinema ha strizzato l’occhio all’arte del peregrinare. E alla fine del cammino, cosa rimane? «Ho scoperto che più che dei panorami, in ogni viaggio sono indelebili i ricordi delle persone incontrate durante il cammino», ci dice Alessandro Vergari, che rappresenta bene sia la “teoria” che la “pratica” del camminare, in quanto autore del “Manuale del camminare lento” e responsabile di numerosi trekking nella natura d’Italia e d’Europa con  “Walden viaggi a piedi”. Eh, sì, perché questo è il bello del camminare. Riesce ad essere un formidabile strumento di contatto con la propria interiorità ma anche un eccezionale mezzo per interagire con la realtà esterna. Perché camminando è più facile sintonizzarsi con “l’altro”, sia esso un insetto, un albero, un sentiero…o un nostro simile.

Raffaele Basile

4 commenti
  1. loreta
    loreta says:

    non mi spiegavo perche preferisco camminare in compagnia. Dopo aver letto questo articolo ho capito che anche se i luoghi e la natura in special modo mi affascinano, anche le persone che mi stanno accanto hanno una certa importanza e parlare con loro mentre cammino mi aiuta a far pace con l’umanita con la quale nella vita di tutti i giorni ho spesso motivi di contrasto

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    • R.Basile
      R.Basile says:

      A proposito di “pace” ed “umanità”… ti propongo un singolare personaggio. Il canadese Béliveau, che è entrato per davvero in sintonia con il mondo intero, percorrendolo tutto a piedi ( in 11 anni…), incontrando lungo il proprio cammino tutto il “campionario” del genere umano!
      Questo è uno dei siti dedicati alla sua impresa:
      http://www.alk.org/en/

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    • R.Basile
      R.Basile says:

      Grazie! Ricordati e ricordatevi che c’è anche la “fucina dei lettori”, che potrà essere un altro valore aggiunto ai contenuti del blog…

      Rispondi

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