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In Serbia, lontano da Lonely Planet


Ultimamente i viaggi “normali” mi avevano stufato. In fin dei conti, anche non “consumando” crociere & villaggi turistici & last minute, che per me hanno la stessa attrattiva di una domenica con il mal di testa al centro commerciale, alla fine mi ritrovavo inevitabilmente con una guida più o meno alternativa in mano che mi istruiva nei minimi dettagli su tutto.
Ormai la lonely planet ce l’ha anche mio nonno, quindi anche il posto più insospettabile, basta che sia all’estero, brulica di turisti italioti come londra in agosto dove preghi Iddio di trovare un autoctono ma riesci a trovare solo la scolaresca di Melzo o, al ristorante, i camerieri da Reggio Emilia o Frosinone, e parleresti di più inglese se stessi a casa tua e prendessi l’autobus con un pakistano o un nigeriano.
Quindi, nessuna voglia di posti “turistici”. Questo è stato il primo pensiero alla base di scelta del trekking in Serbia. Serbia! Cosa ci vai a fare, in Serbia?! Si stupivano le persone alle quali parlavo della destinazione. Cosa c’è, lì?
Devo dire che ad animarmi oltre all’aspetto naturalistico (titolo “Nei parchi Zlatibor e Tara”) che comunque prometteva, se ce ne fosse stato bisogno, ancora più lato selvaggio e anticommerciale (già in Serbia non ci va nessuno, figurati nella montagna serba) mi aspettavo molto dal lato “umano” del viaggio, ovverosia dal contatto con la gente del posto, la loro storia e la cultura del quotidiano, il racconto pre e post bellico, se avessi avuto l’occasione di sentire un concerto di trubaci (le tipiche band balcaniche di ottoni e grancassa che personalmente adoro).
E la mia attrazione verso i posti “misti” che hanno visto l’incontro di culture diverse, il melting pot dell’elemento slavo, turco, mitteleuropeo, che la guerra paradossalmente ha cercato di cancellare inventandosi la verginità dell’identità etnico e religiosa.
Quindi fui molto felice quando parlando con Matteo, la guida, all’arrivo a Belgrado, mi presentò il viaggio proprio in questi termini. Non ricordo come l’avesse catalogato Walden, ma si è trattato di un vero SOUL TREKKING.  In fin dei conti cos’è che mi irrita del turismo pret-a-porter? Della questione “turista e non viaggiatore”?
Il fatto che il viaggio per me dovrebbe espandere il nostro io con l’incontro di nuovi mondi e nuovi modi di interpretare la vita e invece di incontri ne hai ben pochi, visto che turisti e autoctoni, seppure si trovino nello stesso posto, vivono esperienze parallele che non si incontrano all’infinito, occupati gli uni a collezionare cartoline e avventure e tag su facebook, e gli altri a vivere. (Mi ricordo quando ero a Portland per il mio viaggio di nozze: non ne potevo talmente più dell’overdose di “posti da vedere” che entrai in un negozio a caso per chiacchierare con l’esercente di turno cioè con una persona “vera” e neanche mi accorsi di quello che avevo intorno, ossia una miriade di oggetti artistici tutti riguardanti la morte, teschi, cadaveri e quant’altro.
Mi ritrovai davanti praticamente la sosia di Crudelia Demon stravagante ed estrosa, molto accogliente, e passai la successiva mezz’ora ad ascoltare le lodi dell’Oregon come stato politicamente più all’avanguardia per i diritti civili. E’ valso il viaggio di nozze.) E’ vero che anche a fare l’antropologo occidentale per dieci anni con la tribù di selvaggi e a mangiare cervello di scimmia non ti renderà meno bianco di loro, ed è chiaro che in una settimana di viaggio non puoi cogliere il quid di una cultura, però preferisco passare per il diverso tra gli “altri” andando in mezzo agli altri piuttosto che stare in un non luogo fatto di monumenti e musei e souvenir. E poi magari scopri che il cervello di scimmia è buono.
Nicole Pilotto
– 1 continua-
 
 

2 commenti
  1. Pippo Trecarichi
    Pippo Trecarichi says:

    Nicole, una persona gradevole con cui ho condiviso questa esperienza e mi piacerebbe condividerne altre visto che siamo in sintonia sul modo di intendere il viaggio. E’ stata fra l’altro la mia prima esperienza di trekking e forse irripetibile… ma non si sa mai!

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